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"Se sei felice, sei un pessimo consumatore" - questo motto dei pubblicitari anni 90 torna oggi a farci riflettere su un altro aspetto: un cliente consapevole è un pessimo consumatore?
Un cliente attento all'ambiente, sensibile verso i diritti del lavoratore e in generale verso il fair trade, è un cliente che spende poco o male?
Parlando quindi di un'etica al consumo, può questa esistere e coesistere con un mercato appetibile?
Mi sono posto queste domande dopo aver passato un intero pomeriggio a spiegare ad un amico che un caffè espresso dovrebbe costare anche più di € 1,50 a tazzina e che il problema vero è la ciofeca (Report dixit!) che spesso rifilano a un prezzo più basso. Ovviamente è stato un pomeriggio sprecato.
Vedendo il giorno dopo le sponsorizzazioni di alcuni marchi di caffè sul mio profilo instagram ho pensato - "Un cliente che vi sceglie non perché rispondete a una necessità reale, ma solo perché quella necessità gliela avete indotta massacrandolo di sponsorizzazioni, è un cliente sano? Un cliente sul quale poter costruire un futuro?
Oppure è un cliente drogato sul quale fare poco affidamento visto che qualcuno con la "droga" (visto che si parla di caffè) ad un prezzo più buono ci sarà sempre?
Mi sono posto questa domanda notando come negli ultimi anni sia notevolmente aumentata, in particolare post Covid, la necessità per molti locali di affidarsi sempre maggiormente a sponsorizzazioni, influencer, presenza mediatica costante e, oserei dire a volte, ingombrante. Fino a che punto potremo spingerci nel suggerire compulsivamente ai nostri clienti - "I 5 migliori locali dove bere a Milano!"
Mi torna in mente allora il PARADOSSO DEI 5 PANIFICI, poco conosciuto, ma sempre attuale.
Immaginiamo una comunità con 1000 persone.
A queste 1000 persone prima bastava 1 pagnotta da un kg a settimana.
C'erano 5 panifici, che producevano 200 kg di pane ciascuno per un totale di 1000 kg di pane a settimana.
Poi ha aperto un panificio in più, che ha convinto i clienti degli altri 5, che potevano godere di un prodotto più fresco e sano comprando una pagnottella da 500 gr ogni 3 giorni.
Ma la settimana è composta da 7 giorni, non 6.
Inoltre la pagnottella finiva prima dei 3 giorni e così spesso ne compravano 3 a settimana.
Se prima I panifici producevano e vendevano 1000 kg di pane a settimana, ora ne vendono 1500 kg. (circa 250 kg ogni panificio, per ora non ci perde nessuno)
Succede allora che aprono altri panifici perché vedono un'opportunità.
Quando il mercato è di nuovo saturo e tutto sembra aver raggiunto uno stallo, arriva una boulangerie, che propone baguette da 2 etti. Non serve a sostituire la pagnotta, solo a incrementare il vizio e l'idea dello sfizio del pane.
La domanda cresce ancora e arriviamo così a 2000 kg di pane a settimana prodotti e venduti all'interno della comunità.
Aprono altri panifici, boulangerie, forni misti.
Con il passare del tempo nel paese si arriva a produrre 3000 kg a settimana. In realtà si scopre che più della metà viene buttato dai clienti, che hanno iniziato a comprare pane senza uno specifico motivo.
Una necessità non necessaria.
Nel frattempo sono aumentati i problemi di salute in quella piccola comunità. Qualcuno ha delle allergie da farina.
Non è colpa della quantità di pane ingerita (non se ne mangia poi così tanto di più) ma della qualità della farina usata ora per aumentare la produzione e massimizzare il profitto.
Il mercato è drogato.
La gente inizia a mangiare meno pane.
Cerca di buttarne meno.
I panifici vendono meno. Alzano i prezzi. Vendono ancora meno.
Per un po' la gente è stata presa in giro. Gli è stato fatto credere che gli servisse qualcosa che non gli serviva per fargli spendere soldi che in parte aveva, in parte no.
Ha veramente giovato a qualcuno tutta sta storia?
Qualche esperto di economia dirà che il mercato del pane nel frattempo avrà dato lavoro a elettricisti, muratori e falegnami che hanno costruito i nuovi punti vendita.
A magazzinieri.
A pubblicisti, grafici, e così via.
E poi?
Ma soprattutto tutte le risorse mobilitate per queste attività, da dove pensate provengano? Si sono auto-generate per merito del capitalismo?
O forse si è attinto a quella ricchezza costruita quando per 1000 persone bastavano 1000 pagnotte a settimana?
E se invece di usare risorse per costruire negozi ora in fallimento o aprire attività di servizio ad un mercato che ora non ne ha più bisogno, fossero state usate per altro?
Seriamente, avete mai pensato di trattare i vostri clienti/utenti come persone intelligenti e di investire le vostre risorse in modo più lungimirante rispetto a mantenere trend di mercato che potrebbero sparire da un momento all'altro?
Intanto mi sento di darvi un consiglio, smettetela di spendere soldi in sponsorizzazioni. Provate a usare quei soldi per aumentare la qualità dell'esperienza reale nel vostro locale.
Per esempio, se invece di spendere soldi in agenzie di comunicazione e sponsorizzazioni, usaste quei soldi per investire su una macchina espresso di proprietà e/o acquistare caffè di qualità?
Avrete meno ritorno in termini di follower, ma il buon passaparola non muore mai. I follower invece...